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Em Bycicleta significa, nel gergo calcistico brasiliano, tiro a volo con salto mortale all'indietro. Così secondo Gianni Brera. Per noi vuol dire qualcosa di più.
Em Bycicleta è locuzione che unisce due passioni sportive: il ciclismo e il football. Secondo...


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diario
03/07/2006 patrioti in corteo
Autore: claudio gavioli
Andrò controcorrente ma non mi piacciono i cortei di tifosi festanti dopo le vittorie dell’Italia. La trovo una manifestazione di esuberanza tanto smodata quanto fasulla.
Mi spiego meglio.
Sono da troppi anni nel calcio per non sapere che una parte consistente di quelli che sventolano euforici ed alcolici i tricolori, durante il campionato mostrano la faccia becera del tifo.
Li ho visti anche ieri sera dopo la vittoria contro l’Ucraina: sporgevano pericolosamente dai finestrini aggrappati in presa precaria, urlavano scomposti, insultavano chi non partecipava alla festa (c’è anche gente a cui il calcio non interessa: in un paese libero succede....).
Ad un incrocio un anziano con una vecchia fiat andava lento è giù offese, sberleffi.

Il richiamo scomposto all’unità di Italia, il tripudio per una squadra costruita con i migliori calciatori dei diversi club come può arrivare da chi ogni domenica augura a Del Piero una leucemia, a Gattuso che gli crolli la casa, a Materazzi le peggiori disgrazie?
Questo è moralismo? Non credo.
Piuttosto è consuetudine col peggio che si possa immaginare, con una lugubre violenza verbale tristemente derubricata.

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diario
01/07/2006 nonantola blues: toni, tette e tigelle
Autore: gino cervi
Alla fine succede che le sedie davanti a noi si riempiono e si comincia a parlare. Il ‘presidio’, il piacere di raccontare, il perché di Em Bycicleta.

Modena, Giardini Estensi: il caldo del tardo pomeriggio. Ad ascoltare, qualcuno in più degli amici e parenti attesi. C’è chi passa in bicicletta (appunto) e si ferma ad ascoltare, e poi continua. Le donne di Modena, in rosso, in bianco, in nero, a farci distrarre l’occhio. Due passi in là, il tavolino di Clirim e dei suoi ‘albalibri’: li vende a uno a uno, parlando come se parlasse dei suoi figli. E la gente si ferma, e compra. Ci si paga benzina e autostrada.

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La palazzina estense abbraccia e ripara le spalle dall’incombente grattacielo che qualche illuminato assessore all’urbanistica ha battezzato negli anni Settanta, a squarciare per sempre la prospettiva neoclassica del ‘casino delle delizie’.

Come nei concerti facciamo da ‘supporter’ a Magdi Allam, che col suo libro stasera è la star della rassegna degli ‘aperitivi letterari’ di Oltre i giardini. Le macchine della polizia in fondo al giardino sono tutte per lui. Claudio Gavioli era preoccupato: Germania-Argentina alle 17, l’Italia alle 21, e in mezzo quattro balenghi che parlano dei ‘loro’ mondiali. Chi vuoi che venga? Intanto ci siamo noi, i balenghi, e questo basta. E basta la tua faccia, Claudio, da mettere finalmente in testa a tutte le mail che ci siamo scritti.
 
Il Mondiale, Ogni quattro anni. Ognuno ne ricorda almeno uno. Altri, come me, usano la ricorrenza come cronologia privata di riferimento. “Sì, mi ricordo, era l’anno di Argentina 1978, facevo la terza media e prima del sequestro Moro non sapevo nemmeno il significato della parola ‘politica’...”

Il Mondiale, come segnalibro del passare del tempo. Anche di ieri, tra Modena e Nonantola, si depositerà il ricordo: in sei sulla monovolume di Clirim a fare lo slalom tra i cantieri seminomadi della A1; i Giardini, l’Accademia – enorme, ingombrante, che faceva paura a Delfini – e lo slargo di piazza Grande, Wiligelmo, la Ghirlandina e Formìggini – vedi Clirim, che fine fanno gli editori intelligenti? – e poi il grande caffè con maxi-schermo.
Germania-Argentina, grande attesa e primo tempo da sdraiarsi dalla noia. Tra i tavolini una nutrita presenza di turisti tedeschi, accaldati e fiduciosi. Una valchiria con una quinta ben in vista chiede a Claudio: “Posso setere qvi?” Indovinate cosa le risponde il Claudio...


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periscopio bassaiolo
01/07/2006 gianluca e la luna di hemingway
Autore: zio athos

Appollaiato nella mia breve soffitta. Alle mie spalle un pannello con foto-color, in mezzo alle quali troneggia, in b/n, quella dell’ultimo Ernest Hemingway, chino su un arruffato brogliaccio con la sua Mont Blanc. In basso a sinistra, una data: 29-6-1993. Il giorno della laurea di Lucy, alla Statale di Milano. Con una tesi sul mito del mare in Coleridge e in papa Hem. Le foto color colgono la tensione dell’attesa della candidata (accanto il pensiero di sua madre, più forte del male innominato). Poi la stretta di mano al presidente al termine dell’esame; e l’abbraccio radioso delle amiche all’uscita (suo padre, in disparte, tradisce nei capelli scomposti e nella cravatta allentata la fine di un’angustia più lacerante di quella della neo-laureata).

Sotto la foto in b/n, il pensiero di Hem  sul mestiere di scrivere: “E’ difficile scrivere? No, niente affatto. Tutto quello che occorre è un perfetto orecchio, un’intensità assoluta, una devozione al proprio lavoro simile a quella di un prete per il suo Dio, il fegato di uno scassinatore e nessuna coscienza tranne che in quello che si scrive: poi è fatta”. Dici poco, papa Hem. Tutte le cose che tu elenchi sento che mi appartengono, in che misura non so. Ma di che mi preoccupo? Sono uno scrittore dimezzato. Dopo il richiamo del mestiere di scrivere, più forte è arrivato quello di uomo di scuola.

Ho ufficialmente smesso di entrare in classe da dieci anni, ma passando davanti al Maffeo Vegio, oggi 29 giugno, festa di San Pietro, patrono di Costaverde, ho sentito dai finestroni aperti voci di alunni impegnati nella Maturità. Ho trattenuto a stento la voglia di entrare, e – fatto invisibile – ascoltare un colloquio e correggere la domanda dell’esaminatore di turno, e cavare dai pudori e dai silenzi dell’esaminato un’intuizione felice. Tornare per un giorno nel cuore di quel mestiere che solum è mio et che io nacqui per lui.


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sostiene parigi...
29/06/2006 onore al grande capo 'piede che carezza'
Autore: francesco parigi

Non credo che arriverò mai più ad ammirare un calciatore quanto ho ammirato lui: Zinedine "Zizou" Zidane, non solo per le magie da "Uomo medicina" che ha dispensato, ma anche per il suo modo di essere.
E' l'ultimo Sciamano, l'ultimo guerriero capace di sfuggire agli schemi del calcio precisino in cui quelli come lui sembrano destinati a finire in una riserva.

Non è un santo, piuttosto un mite, ma anche la Bibbia ammonisce: "Guardatevi dall'ira dei mansueti" e, qualche volta, la sua ira lo ha portato a compiere gesti anche violenti, per i quali ha scontato la pena senza vittimismi, anche se il bilancio fra le botte date e quelle prese non ha paragoni.
 
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Il suo volto è da capo indiano, della grande nazione  cheyenne.
Immaginatevelo incorniciato da un copricapo di penne d'aquila, le guance tinte con i colori di guerra: è perfetto.
Gli occhi, naturalmente socchiusi quasi scrutino il volo degli uccelli e la traccia del vento, il naso scolpito sugli zigomi; il taglio della bocca di chi parla poco, ma viene ascoltato.

E' un violinista col fisico da decatleta, l'unico fantasista che non debba pagare dazio a madre natura. I piedi prensili, capaci di qualsiasi prodigio, il fisico che non teme i contrasti gladiatori, le sue galoppate con la palla incollata al piede ricordano la corsa del mustang cavalcato a pelo: un'azione senza sforzo apparente.

Un nome cheyenne per Zinedine Zidane? "Piede che carezza" mi pare appropriato.
Gli indiani consideravano fortunato il guerriero che aveva "una buona morte" e non davano la stessa  importanza ad "una buona vita", adesso "Piede che carezza" cerca la sua buona morte nella fine di una carriera splendida, a livelli difficili anche da raccontare.
"Piede che carezza", infatti,  gioca ormai da troppe lune, il suo tempo sa per compiersi ed il suo scalpo sembra ormai un esiguo trofeo per il nemico.


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fabula
20/02/2004 dover bere per sete, che banale destino!
Autore: gianni brera
È morto Nereo Rocco e io non debbo nemmeno pensare di poter piangere. È un diritto, ahimè, che non mi appartiene. Tanto più sarò suo amico, quanto meglio riuscirò a ricordarmi di lui senza frapporre l'amicizia fra me e il mio lavoro insolente. «Prepara il coccodrillo», mi era stato ordinato con presago cinismo. «Un'ostia! », avevo ruggito, con la sua stessa voce. Io so che è già morto, ma voi non lo dovete sapere: voi dovete aspettare, maledetti, che lo sappiano tutti. Allora mi metterò al carrello e saprò battere i polpastrelli senza il minimo groppo in gola.
Così cerco di fare adesso che tutti lo sanno. E se volete capire meglio dirò che avevo già pianto e bestemmiato come voleva la nostra amicizia tutta particolare. Ho sott'occhio un cartoncino per auguri di Capodanno '78-'79 con stampati i nomi di Nereo e Maria Rocco. La calligrafia piccola e slegata di uno che è stato a scuola, ma ci ha la mano troppo tozza per tenere la penna con disinvoltura: «Gioannin carissimo, contracambio i tuoi auguri e brindo alle tue fortune purtroppo con l'acqua Fiuggi. Nereo». Non so di grafologia e ancor meno di acqua Fiuggi. Ma questo suo biglietto era un testamento e io l'ho recepito con dolorosa rabbia. Ho capito che Nereo era morto e che del suo stesso male potrei morire anch'io, e ho la sfacciata onestà di ammettere che non sapevo se fosse più il dolore o la paura a farmi piangere.

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